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Se il generativo sbaglia, le spese legali le paghi tu
Sottotitolo: xAI ha citato due utenti in giudizio usando una clausola che hai già firmato tu — e che si applica anche se non hai fatto nulla di illegale.
📌 Due cause federali depositate in due mesi. Stesso strumento, stessa clausola contrattuale. Prima di aprire un account su un generativo per lavoro, vale la pena passare tre minuti a capire cosa hai firmato — perché la risposta non è rassicurante.
Un fotografo professionista viene arrestato con oltre duecento capi d’imputazione. Tre settimane dopo, Grok lo cita a sua volta in giudizio per farsi rimborsare le spese legali.
La riga contrattuale che lo permette è già nei ToS che hai accettato tu, qualunque generativo tu stia usando adesso.
Questo non è un articolo sulla pedopornografia o sui crimini di Russell Bloodworth. È un articolo su come funzionano i contratti che firmi ogni volta che apri un account su un generativo — e su cosa succede quando qualcosa va storto.
Riepilogo Articolo - Luca Cazzaniga
Due cause, una strategia
A luglio 2026 xAI — la società di Grok — ha depositato una causa civile federale contro Terry Wayne Harwood del South Carolina presso la U.S. District Court for the Northern District of Texas (PetaPixel, 16 luglio 2026). L’accusa: aver usato Grok per generare immagini di minori.
Qualche settimana dopo, a fine luglio, xAI ha depositato una seconda causa civile federale, questa volta contro Russell Bloodworth, fotografo di Bentonville, Arkansas, nella stessa corte (PetaPixel, 24 agosto 2026). Bloodworth era già stato arrestato il 10 giugno 2026 con oltre duecento capi d’accusa: circa cento per possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, circa cento per creazione e distribuzione di deepfake di minori.
In entrambe le cause xAI chiede la stessa cosa: il rimborso delle proprie spese legali sostenute nelle cause intentate dalle famiglie e dalle vittime, più un’ingiunzione permanente che vieti ai due di aprire nuovi account Grok.
Due casi in due mesi, stessa corte, stessa clausola. Questo è un pattern deliberato, non un incidente isolato.
La clausola che hai già firmato
La mossa di xAI non è un’invenzione creativa dei suoi avvocati. È l’applicazione di una clausola che stai in questo momento accettando ogni volta che crei un account su un generativo.
I Termini di Servizio di xAI dicono che l’utente accetta di:
“defend, indemnify, and hold SpaceXAI […] harmless from and against any and all claims, damages […] costs, debts, and expenses (including, but not limited to, legal fees)”
Tradotto senza gergo: se qualcuno fa causa a xAI per qualcosa che hai generato tu con Grok, sei tu a dover pagare le spese legali di xAI. Non xAI. Tu.
Nei complaint depositati, l’azienda descrive Grok come “a powerful, neutral generative artificial intelligence tool” e imputa la responsabilità interamente all’utente: ogni immagine generata è il risultato dei prompt dell’utente (PetaPixel, 24 agosto 2026). Lo strumento è neutro. La colpa è tua.
Prenditi un secondo e apri i ToS di Midjourney. Cerca “indemnify”. I ToS di Midjourney contengono la stessa clausola: l’utente si impegna a indennizzare e tenere indenne Midjourney, spese legali comprese.
Il pattern è identico. Lo strumento cambia, il contratto no.
Come ho già analizzato in L’AI protegge il governo cinese. Non è buona per natura; è buona per contratto.: le politiche di questi strumenti non vengono dall’algoritmo, vengono da decisioni umane scritte in documenti legali. E quei documenti li hai firmati tu.
La contraddizione che nessuno vuole nominare
Qui c’è qualcosa che vale la pena fermarsi a guardare bene.
xAI sta usando contemporaneamente due argomenti che si contraddicono.
Nelle cause contro le famiglie e le vittime (che accusano Grok di rendere troppo facile generare immagini illegali), xAI dice: “siamo uno strumento neutro, la responsabilità è dell’utente”. Nelle cause contro Harwood e Bloodworth, xAI dice: “i nostri filtri hanno funzionato ma l’utente li ha aggirati” — quindi lo strumento non è del tutto neutro, ha dei limiti intenzionali che qualcuno ha violato.
Non puoi essere contemporaneamente “strumento neutro senza responsabilità editoriale” e “piattaforma con filtri che l’utente ha deliberatamente eluso”. Ma xAI lo è: è sia convenuta che attrice nello stesso problema (Techdirt, 21 luglio 2026; confermato da Futurism ed Engadget).
E i filtri? Nel caso Harwood, xAI stessa afferma che Grok ha rifiutato alcune richieste, ma che Harwood ha continuato ad aprire nuovi account e riformulare i prompt fino a ottenere quello che cercava (PetaPixel, 16 luglio 2026). Nel luglio 2026, una ricerca di Mindgard — condivisa in esclusiva con Axios — ha documentato che lo stesso jailbreak che aggirava i filtri immagine di ChatGPT funziona su Grok con prompt semplici, senza nemmeno dover chiedere esplicitamente contenuto sessuale (Axios, 14 luglio 2026).
Il punto non è che i filtri “non funzionano”: è che l’aggiramento è documentato da una fonte indipendente, e xAI lo sa mentre litiga su chi porta la responsabilità.
La cerniera che devi vedere
Prima di procedere, mi fermo su un punto che sento già arrivare come obiezione.
“Ma Luca, questi due tizi hanno fatto cose gravissime. Non è paragonabile al mio lavoro di fotografo o di content creator.”
Hai ragione. E il pezzo non lo nega. Bloodworth e Harwood hanno usato Grok per scopi criminali. La gravità di quei casi non è in discussione.
Il punto è un altro: la clausola contrattuale che xAI ha usato contro di loro è la stessa clausola che hai accettato tu aprendo un account Grok — o Midjourney, o qualsiasi altro generativo consumer con quel pattern di ToS.
La leva legale esiste e funziona. I casi CSAM sono la prova che il meccanismo funziona davvero, in condizioni estreme. Ma lo stesso meccanismo opera anche in scenari meno estremi: generi un ritratto AI di una persona reale senza liberatoria e la pubblichi, e quella persona ti fa causa. xAI — o Midjourney — può invocare la stessa clausola e chiederti di rimborsare le loro spese legali. Oppure generi un’immagine per un cliente che finisce in un contesto vietato dai ToS del generativo che hai usato, e il cliente ti trascina in giudizio con il provider al seguito.
Non devi fare niente di criminale perché questa clausola ti riguardi.
Chi ti copre, chi no: la mappa pratica
Il mercato dei generativi non è uniforme. Esiste una linea netta tra strumenti che scaricano tutto sull’utente e strumenti che offrono una copertura parziale — e quella linea coincide quasi sempre con la differenza tra consumer ed enterprise.
Grok e Midjourney (consumer): nessuna copertura IP. I ToS scaricano la responsabilità sull’utente in modo esplicito. L’output è fornito “as is”. Se qualcosa va storto, sei solo.
OpenAI immagini (consumer): stesso schema. Nessuna copertura IP sull’output.
Adobe Firefly: situazione più articolata. Firefly è costruito su contenuti con licenza e offre una qualche forma di copertura IP — ma la distinzione tra piani individuali e piani enterprise è rilevante (LicenseOrg; corroborato da fonti multiple). Non puoi assumere che un abbonamento individuale a Firefly ti copra allo stesso modo di un contratto enterprise formale. La formulazione corretta è: copertura IP parziale, con sfumature che dipendono dal piano e dall’uso.
Google (Vertex AI) e Microsoft (Copilot): questi sono prodotti enterprise/cloud, non consumer. Offrono indennizzo IP a favore del cliente sull’output — con un’esclusione rilevante: se l’utente crea intenzionalmente output per violare diritti altrui, l’indennizzo decade (InfoWorld; Runtime News).
La sintesi pratica: se usi Midjourney o Grok per un lavoro con un cliente, non hai copertura contrattuale. La scelta dello strumento non è solo una questione estetica o di qualità dell’output.
Come ho scritto in Il cliente vuole lo sconto perché “tanto l’hai fatto con l’AI”?: nei contratti con i clienti, specificare quale strumento usi e chi risponde dell’output non è una formalità — è la differenza tra essere protetto e non esserlo.
Le regole europee: già in vigore, e non leggere
Fin qui abbiamo parlato di ToS americani e di cause federali negli USA. Ma se sei un professionista creativo italiano, hai una seconda esposizione: quella normativa europea e italiana.
Dal 2 agosto 2026 l’AI Act è pienamente applicabile in Europa. L’articolo 50 impone di etichettare i deepfake in modo chiaro al primo momento di esposizione al pubblico. Provider e deployer — quindi anche tu, se usi uno strumento AI in un contesto professionale — condividono la responsabilità. Le sanzioni arrivano fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo (Greenberg Traurig; Stibbe; Shibolet; Norton Rose, 2026).
Non è retroattivo: i contenuti pubblicati prima del 2 agosto 2026 non vanno etichettati a posteriori. Ma tutto quello che pubblichi da oggi — un ritratto AI, un headshot con ritocco AI, una campagna con volti generati — deve essere etichettato prima che qualcuno lo veda.
La legge italiana 132/2025 è in vigore dal 10 ottobre 2025. L’articolo 13 impone al professionista di informare il cliente in modo chiaro sugli strumenti AI usati nella prestazione. La responsabilità piena dell’output resta al professionista: l’AI è uno strumento, non un co-autore che divide la colpa (Norton Rose Fulbright; MediaLaws; Lexology).
Il diritto all’immagine italiano esiste da prima dell’AI. L’articolo 96 della Legge 633/1941 richiede il consenso della persona per usare la sua immagine. Il fatto che un ritratto sia AI-generato non cambia niente: l’immagine biometrica di una persona è dato personale ai sensi del GDPR. Un deepfake non consensuale espone a ingiunzioni e danni morali (Jacobacci Law).
Tre livelli di esposizione sovrapposti: contrattuale (ToS del provider), normativa EU (AI Act), normativa italiana (L. 132/2025, diritto all’immagine). Il gancio narrativo sono le cause americane; il take-away pratico è europeo.
Ho affrontato il versante AI Act in dettaglio in Il Fotografo Europeo che Capisce l’AI Act Ha un Vantaggio che Non Scompare e in AI Act e fotografia immobiliare: la guida a cosa dichiarare e cosa no.
Tre cose che puoi fare adesso
Niente liste di “best practice” generiche. Tre azioni concrete, ancorate ai claim di questo articolo.
1. Cerca “indemnify” nei ToS del generativo che usi per lavoro.
Non il bottone “Accetto i termini”. Il testo reale, nella sezione Legal o Terms of Service del sito. Se trovi “indemnify” o “indennizzo”, hai trovato la clausola. Significa che sei tu a dover rimborsare le spese legali dell’azienda se qualcosa va storto con l’output che hai generato. È già nei ToS di xAI e di Midjourney. Non è nascosta — è scritta in inglese, in chiaro.
2. Metti nero su bianco nei contratti con i clienti chi risponde dell’output AI.
La legge 132/2025 ti impone già di comunicare al cliente quale strumento AI hai usato. Prendila come opportunità: allarga quel paragrafo e specifica che la validazione finale dell’output è sempre tua, e che per output che coinvolgono persone reali esiste una liberatoria. Non è difensivismo paranoico: è quello che dovrebbe già esserci in qualsiasi contratto per lavori creativi con componente AI nel 2026.
3. Per ritratti e volti: liberatoria prima di generare, etichetta prima di pubblicare.
L’articolo 96 della Legge 633/1941 non distingue tra “reale” e “AI-generato”: l’immagine biometrica della persona è protetta. Se generi un volto verosimile di una persona reale — anche come ispirazione — e lo pubblichi senza consenso, sei esposto. Dal 2 agosto 2026, l’etichettatura non è una buona pratica: è un obbligo legale europeo.
La lezione che vale più del caso xAI
Il caso Bloodworth e il caso Harwood riguardano crimini gravi. Non è il tuo scenario, speriamo.
Ma la struttura contrattuale che xAI ha usato per citarli in giudizio — e l’ha usata con successo — è la stessa struttura che hai accettato tu. Questo è il fatto che rimane quando togli la parte più estrema della storia.
“Se passa il filtro, sono al sicuro” è la percezione comune. Non è così che funziona il contratto.
Il contratto dice il contrario: l’output è responsabilità tua, il filtro è una cortesia dello strumento, e se le cose si mettono male sei tu a coprire le spese legali del provider.
Scegliere uno strumento generativo per un lavoro professionale non è solo una questione di qualità dell’output o di prezzo dell’abbonamento. È una scelta contrattuale. E come ogni scelta contrattuale, è meglio farla sapendo cosa c’è scritto — non dopo.
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Fonti
- PetaPixel — xAI Sues Man for Using Grok to Create CSAM Deepfakes, 16 luglio 2026
- PetaPixel — xAI Sues Photographer Blaming Him for Sexual Images Created with Grok, 24 agosto 2026
- Techdirt — xAI, Which Is Being Sued Over Grok’s CSAM Problem, Sues a User Over Grok’s CSAM Problem, 21 luglio 2026
- Axios — Exclusive: Grok Jailbreak Creates Sexual and Violent Images, 14 luglio 2026
- xAI Terms of Service — clausola indennizzo
- InfoWorld — Google indemnifies generative AI customers over IP rights claims
- Runtime News — AI vendors promised indemnification against copyright lawsuits: the details are messy
- LicenseOrg — Adobe Firefly indemnification explained
- Jacobacci Law — AI and Deepfakes: EU and Italian Regulations
- Securiti / Squire Patton Boggs — Italy AI Law Guide (L. 132/2025)
- CKOM Valencia — AI Act: European Deepfakes Business Responsibilities August 2026
✍️ Articolo firmato da “La Redazione”: sistema editoriale multi-agente (AI) orchestrato con Claude Code e supervisionato da Luca Cazzaniga · lucacazzaniga.it