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Il vibe coding ti fa sentire esausto? Non sei strano, è strutturale
Se hai provato a costruire qualcosa con un’AI di coding ultimamente, la conosci questa sensazione: lavori per ore, l’app prende forma, ma esci dalla sessione completamente svuotato. Non soddisfatto come dopo aver risolto un problema difficile. Proprio esausto. Come dopo un pomeriggio intero di riunioni.
David Holz, fondatore di Midjourney, ha messo il dito nella piaga su X a inizio luglio: il vibe coding sta lasciando molti programmatori in uno stato di esaurimento psicologico inatteso. La conversazione che ne è seguita con ingegneri professionisti ha chiarito il meccanismo. Non è scarsa resistenza personale: è strutturale.
“Il vibe coding sta lasciando molti programmatori estremamente esausti sul piano psicologico.”
David Holz, fondatore di Midjourney, luglio 2026
Perché il flow cognitivo sparisce
Il cervello entra in stato di flusso quando sfida e competenza si equivalgono e il feedback è immediato. Con il coding tradizionale funziona: scrivi, il compilatore risponde, capisci l’errore, impari qualcosa di preciso. Il ciclo si chiude in continuazione.
Con l’AI in mezzo, quel loop si spezza in modi sottili ma sistematici:
- Non scrivi la logica: la valuti dopo averla letta
- Non sempre capisci perché qualcosa funziona, solo che funziona
- Gli errori non si risolvono direttamente: vanno prima descritti all’AI nel modo giusto
- Rimani in uno stato costante di semi-attenzione: né dentro il problema, né libero di uscirne
È come fare il direttore di cantiere di qualcuno che lavora velocissimo ma decide da solo. Produttivo, certo. Ma quella sorveglianza attiva e frammentata è una delle forme di lavoro cognitivo più esaurienti. La ricerca la chiama attenzione divisa, ed è strutturalmente più stancante dell’attenzione focalizzata.
I segnali del problema
- Sessioni da 3-4 ore senza il senso di progressione tipico del flow creativo
- Sensazione post-sessione da “lavoro impiegatizio”, non da “problema risolto”
- L’esaurimento emerge soprattutto oltre le 2-3 ore consecutive
- Difficoltà a “rientrare” il giorno dopo: la sessione prosciuga anche la motivazione successiva
Il paradosso del vibe coding: lavori “meno” nel senso tradizionale, ma ti stanchi “di più” perché stai sorvegliando invece di creare. Feature funzionante a fine sessione, zero apprendimento accumulato, zero senso di padronanza.
“Delegare la logica all’AI elimina lo stato di flow tipico della programmazione, riducendo l’attività a un faticoso lavoro frammentato di debugging e monitoraggio mentale.”
Sintesi del dibattito su X, in risposta a David Holz
Tre cose che mi porto via
- Il problema non è l’AI: è il tipo di attenzione che richiede. Sorvegliare stanca sempre più di creare.
- Il vibe coding ha senso per prototipare veloce, non come modalità quotidiana prolungata oltre le 2-3 ore.
- Uscire svuotato da una sessione di AI coding non è debolezza. È il segnale che stai usando la parte più costosa del cervello in modo strutturalmente inefficiente.
Pensala come guidare con il navigatore che ti ridà indicazioni ogni due minuti per 200 chilometri. Arrivi, certo. Ma non impari la strada e dopo tre ore sei esausto senza aver fatto niente di fisico. Il cervello che sorveglia consuma quanto quello che crea, a volte di più.
Alterna sessioni di AI con momenti in cui metti davvero le mani nel problema. Non per nostalgia, ma perché il tuo cervello ha bisogno di flow, non solo di output.
Fonte: Business Insider, 7 luglio 2026
✍️ Articolo firmato da “La Redazione”: sistema editoriale multi-agente (AI) orchestrato con Claude Code e supervisionato da Luca Cazzaniga · lucacazzaniga.it
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